a cura di
Maria Romana Barraco
Giornalista Tv
Food & Cultura Gastronomica
Attualità, Costume & Società
COCTA, il futuro germoglia dove si ha il coraggio di piantarlo
di Maria Romana Barraco
Aprire un ristorante oggi a Roma è un po' come piantare un seme nell'asfalto: servono ostinazione, visione e una certa dose di follia. Farlo a Pietralata, borgata storica a nord-est di Roma, lontano dal via vai turistico del centro e dai rassicuranti clichè della ristorazione romana, richiede ancora più coraggio. Una sfida che Jacopo De Sanctis e Chef Stefano Garonna (entrambi giovanissimi) hanno preso molto sul serio dando vita a COCTA Risto Social Club, una "super osteria" che parla di contaminazione, convivialità e audacia contemporanea.
Il progetto è partito lo scorso ottobre, ma è con la recente inaugurazione della terrazza che la rivoluzione urbana può dirsi davvero iniziata. Mi piace parlare di progetto e non di un semplice "locale" perchè Cocta è un manifesto, una proposta in continua evoluzione. Un'idea che cresce e germoglia, letteralmente. Tra sala e cucina, infatti, convivono un germogliatore e una serra verticale idroponica, nomi tecnici e impegnativi per dire che tutto il basilico, il coriandolo e le erbe che usano nei loro piatti e cocktail vengono da lì e sono un'autoproduzione. E lo stesso vale per la senape, il pak-choi e i micro-ortaggi. Un racconto innovativo che non è solo tecnologico o gastronomico, ma simbolico. C'è un intero quartiere, un'idea imprenditoriale, una nuova generazione di ristoratori che per crescere hanno bisogno esattamente delle stesse cose che servono a un germoglio: luce, cura e il coraggio di emergere, uscire dalla terra.
Il Tiradito di ricciola con leche de tigre al kiwi diventa quasi una dichiarazione politica contro la paura del gusto prevedibile. Il Katsu-Sando con melanzana in doppia frittura, mayo lime e chutney di prugne sembra invece l'autoritratto di questo locale: apparentemente irriverente, costruito in realtà con precisione chirurgica. Anche i cocktail seguono la stessa filosofia: non accompagnano il cibo, ci dialogano, lo provocano, lo sfidano. La vera intuizione di Cocta, però, sta nell’aver capito che oggi la convivialità non basta più: bisogna creare connessioni. I social table con yakiniku, hotpot, raclette e shabushabu trasformano la cena in un’esperienza collettiva, quasi teatrale, dove gli ospiti cucinano, condividono, parlano. È una ristorazione che rinuncia all’idea ingessata del servizio perfetto per inseguire qualcosa di più raro: l’energia viva delle persone.
E poi c’è Friperie, il vintage corner curato da Claudia Urbano, dove la moda second hand e l’upcycling dialogano con la cucina nello stesso modo in cui un ingrediente dimenticato può rinascere in un piatto sorprendente. Recuperare, reinterpretare, dare nuova vita: vale per un capo vintage, per una ricetta, persino per un quartiere. Tanti pezzi interessanti, il mio preferito: le cravatte davvero uniche e originali.
Tornata a casa dalla serata d'inaugurazione ho riflettuto su una cosa: alla fine Cocta somiglia molto ai piccoli germogli che coltiva con tanta cura e attenzione: fragile solo in apparenza, ma pieno di una forza silenziosa che spinge verso l’alto. E allora che sia questa la vera sfida (l'augurio e la speranza) per la nuova ristorazione romana: non limitarsi a servire da mangiare, ma coltivare possibilità.
Vin'Aia: da Roma alla vigna passando per il vino naturale
Un'azienda agricola, vignaioli indipendenti, produttori coraggiosi e un evento che sa di convivialità, natura e sapori genuini. E' la prima edizione di Vin'Aia, l'evento agricolo in vigna a due passi da Roma che debutta con la sua prima edizione sabato 23 maggio a Malauva, Contrada Pisana, a Castel Giorgio (TR).
Un evento all’aperto che supera il format della degustazione tecnica per costruire un’esperienza diretta, agricola e conviviale, dove il vino si misura nel suo rapporto più naturale: quello con la cucina. Tutto nasce dall’incontro tra Solovino e Malauva - una realtà che da anni lavora a stretto contatto con vignaioli artigiani e una cantina agricola indipendente - e da una visione condivisa: promuovere il vino naturale attraverso relazioni dirette con i produttori e creare occasioni autentiche di incontro. “Vin’Aia rappresenta la naturale evoluzione di questo percorso: portare fuori dalla città lo spirito di Solovino e inserirlo nel contesto agricolo della vigna, dando vita a un’esperienza aperta e partecipata” spiegano gli organizzatori.
E così il 23 maggio si potrà prendere parte a una giornata di convivio, racconto e condivisione, costruita attorno a una lunga tavola dove produttori e pubblico si incontrano senza filtri. Il nome stesso dell’evento racconta molto del suo spirito. L’aia è uno spazio aperto, rurale, luogo di passaggio e d'incontro. È lì che il vino torna a essere quello che è sempre stato: parte di un contesto vivo, agricolo, umano.
IL PROGRAMMA DI VIN'AIA - Dalle 12:00 alle 19:00 arriveranno produttori da diverse regioni italiane, amici prima ancora che espositori, pronti a versare i loro vini e a condividere storie, percorsi e visioni. Il pubblico potrà muoversi liberamente, senza percorsi obbligati. Accanto al vino, il cibo avrà un ruolo centrale: una proposta gastronomica diffusa accompagnerà tutta la giornata grazie alla presenza di realtà agricole e artigianali come Fattoria Pulicaro, Fattoria Il Secondo Altopiano, Gli Integrali e Pica Pau, in dialogo continuo con i vini in degustazione.
L’atmosfera sarà volutamente informale. Non sono previste postazioni rigide né rituali codificati: chi partecipa è invitato a portare con sé un telo da picnic e vivere gli spazi della cantina in libertà, tra un assaggio, una chiacchiera e una pausa sotto il cielo aperto. Durante la giornata sarà anche possibile entrare nella cantina Malauva, visitare gli spazi di lavoro di Giovanni ed Elisa, i proprietari, e assaggiare i vini direttamente dalle botti, osservando da vicino un processo vivo, in continua evoluzione. Poi, con il tramonto, Vin’Aia cambia passo. La dimensione della degustazione lascia spazio a quella della festa: musica, bar attivo, bottiglie speciali e cibo accompagneranno la serata in un clima più leggero e spontaneo.
SOLOVINO E MALAUVA - Solovino è un’enoteca romana specializzata in vino naturale e un’organizzazione attiva nella creazione di eventi dedicati al vino artigianale. Dal 2021 promuove Vini Selvaggi e, tra le varie iniziative, ha collaborato a progetti come QuartiereVino Pigneto e Convivium Renaissance. Malauva è una cantina agricola fondata nel 2017 a Castel Giorgio (TR), con 4 ettari di vigneti coltivati in biologico. Produce vini senza filtrazioni né aggiunte, attraverso fermentazioni spontanee, valorizzando varietà autoctone come Procanico, Drupeggio, Verdello, Malvasia e Sangiovese.
BIGLIETTI, ORARI E PREZZI VIN'AIA - Per partecipare a Vin’Aia è possibile acquistare il ticket al seguente link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-vinaia-terra-vino-amici-1986973370840. Orario degustazioni: dalle 12:00 alle 19:00. A seguire festa serale con musica, food e bar attivo. Ingresso: 25 euro dalle 12:00 – 19:00 (con degustazioni vino incluse). Ridotto 10 euro dalle 19:00 in poi.
Il digitale diventa gourmet: la cena immersiva de "Le Petit Chef"
Non è (solo) una cena. È un piccolo esperimento di realtà aumentata applicata al gusto, dove il confine tra digitale e fisico si fa volutamente sfumato. Il format “Le Petit Chef" torna con il nuovo show "Le Petit Chef & il Libro Magico di Cucina”, in esclusiva per l’Italia all’Aleph Rome Hotel. Unevento gastronomico che sfida qualunque esercizio di narrazione immersiva perché ostruito con gli strumenti del videomapping 3D.
Il protagonista è sempre lui, lo chef in miniatura che si muove sul tavolo come su un palcoscenico. Ma questa volta entra in scena un elemento ulteriore: un libro “magico” che diventa interfaccia narrativa, dispositivo visivo e pretesto creativo. Da lì emergono animazioni, effetti, personaggi. Fate, incantesimi, piccoli colpi di scena. Tutto proiettato direttamente sulla superficie reale, senza visori, senza schermi separati. È il tavolo stesso a trasformarsi. La tecnologia, in questo caso, non è dichiarata come fine ma come linguaggio. E poi, la magia: quello appare in forma digitale trova una corrispondenza concreta nel piatto servito. Una traduzione quasi immediata dall’immagine alla materia.
Dietro c’è un format internazionale nato dall’incontro tra arte visiva e design dell’esperienza. Da un lato, una nuova forma di intrattenimento culinario, dall' altro ancora un passo in avanti verso la digitalizzazione dell’esperienza sensoriale. Sicuramente un'esperienza da provare, con grande curiosità!
Quattro Gatti a Venezia: la Biennale si "riflette" in un bicchiere
Il gusto della Cultura. Il riflesso (anzi, "The Reflection”) firmato Quattro Gatti, il cocktail ufficiale della Biennale Arte 2026 e che segna un momento storico: per la prima volta, uno spirit diventa sponsor ufficiale della più prestigiosa manifestazione artistica al mondo. Non è solo una collaborazione, ma una dichiarazione d’intenti. L’arte contemporanea incontra la mixology e il risultato è un’esperienza che promette di sedurre tanto quanto le opere esposte tra i Giardini e l’Arsenale. Presentato in anteprima al The St. Regis Rome, “The Reflection” accompagnerà l’intera Biennale, da maggio a novembre, diventando il filo liquido che unisce eventi, vernissage e incontri internazionali.
Un cocktail che racconta Venezia
Ispirato alla mutevole bellezza di Venezia, “The Reflection” gioca con luce, riflessi e prospettive. È un’esperienza sensoriale dinamica: ogni sorso cambia, evolve, sorprende. Un racconto liquido che cattura l’essenza della città lagunare, dove nulla è mai uguale a sé stesso. Dietro questa creazione c’è Mattia Cilia, che ha ideato il cocktail lavorando a stretto contatto con il team dell’The St. Regis Venice. Sotto la guida di Ludwig Negri e Facundo Gallegos, il progetto ha preso forma trasformandosi in un equilibrio sofisticato tra tecnica e visione artistica. Senza le basi, scordiamoci le altezze: e qui la base è una e una sola: l’Olive Grove Gin di Quattro Gatti, scelto quasi d’istinto. Da lì nasce una struttura aromatica sorprendente: note agrumate, ibisco e pompelmo si intrecciano con una delicata sapidità di oliva, creando un percorso gustativo che si apre luminoso e si chiude profondo, complesso, quasi meditativo.
Dalla mixology al linguaggio culturale
Con questa operazione, Quattro Gatti non si limita a entrare nel mondo dell’arte: lo ridefinisce. La mixology diventa linguaggio culturale, strumento espressivo, parte integrante dell’esperienza artistica contemporanea. Non a caso, “The Reflection” è il protagonista della “Road to La Biennale Arte”, un viaggio internazionale iniziato a Milano e destinato a toccare tappe iconiche come The St. Regis New York, prima di culminare proprio a Venezia durante i giorni di preview. Nel cuore della Biennale, al The St. Regis Venice, il cocktail entrerà stabilmente nella drink list, diventando simbolo dei momenti conviviali più esclusivi della stagione artistica.
Il gusto del “dolce far niente”
Dietro il progetto, però, resta una filosofia profondamente italiana. Nato in Umbria, Quattro Gatti porta con sé un’idea di tempo lento, di piacere condiviso, di autenticità. Non è solo un gin: è un invito a fermarsi, osservare, assaporare. E forse è proprio questo il senso ultimo di “The Reflection”: non solo riflettere Venezia, ma riflettere su come viviamo l’arte. Con più leggerezza, più intensità, e – perché no – con un buon cocktail in mano.
Dal cuore di Panzano, il Merlot d’autore firmato Tenuta La Massa
Il tempo che lavora con metodo, pazienza e una certa eleganza francese. Succede nel Chianti Classico, nella Conca d’Oro di Panzano, dove prende forma Tenuta La Massa, una cantina che da anni gioca una partita personale e coerente: portare lo spirito di Bordeaux tra le colline toscane, senza mai perdere il legame con la terra che la ospita. Il regista di questo progetto è Gian Paolo Motta, enologo con un curriculum che passa dai più celebrati Château bordolesi prima di tornare a casa, in Toscana, con un’idea chiara in testa: fare vini che siano insieme rigorosi e identitari, capaci di raccontare un territorio ma anche un percorso umano. A Tenuta La Massa ogni bottiglia è un capitolo di questa storia, scritta con precisione tecnica e sensibilità artigiana.
L’ultimo, attesissimo capitolo si chiama Asiram 2019. Un Merlot in purezza, nato come approdo naturale di anni di studio e ricerca, e subito entrato nel gotha internazionale grazie ai 100 punti Falstaff. Ma più che un riconoscimento, Asiram è un manifesto: dimostra che il Merlot, in Chianti, non solo è possibile, ma può diventare straordinario se coltivato nel posto giusto e interpretato con intelligenza. La vendemmia 2019 consegna un vino impetuoso e raffinato, che non teme il confronto con i grandi rossi bordolesi ma parla con accento toscano. La Conca d’Oro emerge nel calice con una stratificazione aromatica profonda, una materia avvolgente e una tensione minerale che invita al sorso successivo. È un vino edonistico, sì, ma mai compiaciuto: potente e preciso, come il suo creatore.
Il nome Asiram è già una dichiarazione d’amore. È Marisa, la madre di Gian Paolo, letta al contrario. Una presenza fondamentale nella vita e nel progetto della cantina, a cui questo vino rende omaggio. «Fare vino significa dare voce a un luogo e alle persone che ti hanno formato», racconta Motta. «In Asiram ritrovo la forza di mia madre e quella di Madre Natura». Non è un caso se anche le altre etichette iconiche della tenuta portano nomi di famiglia: Giorgio Primo, dedicato al nonno e al figlio, e Carla 6, che prende il nome dalla figlia. Qui il vino è memoria liquida.
L’amore per il Merlot nasce invece molto prima, alla fine degli anni ’80, tra i filari dei grandi Château di Bordeaux. Lì Motta assorbe un’idea di vino fatta di profondità, finezza e precisione, e soprattutto impara a riconoscere il valore del dettaglio. Una lezione che torna decisiva quando, nei primi anni 2000, Tenuta La Massa avvia uno studio approfondito dei suoi 27 ettari vitati insieme all’Università di Bologna.
È così che emerge una micro-parcella di appena 0,5 ettari, la numero 4: un mosaico raro di argilla blu, terre brune-olivastre e inserti calcarei. Un luogo capace di dare vita a un Merlot fuori scala, dove la potenza dei suoli argillosi incontra la verticalità minerale del calcare. «Quel vigneto mi ha sempre intrigato», spiega Motta. «È stato lui a suggerirci di vinificare separatamente: la strada era già segnata».
Asiram 2019 nasce qui, ed è prodotto in sole 1.800 bottiglie. Una prima edizione che profuma già di culto e che segna l’inizio di un vino destinato a diventare simbolo delle potenzialità della Conca d’Oro di Panzano. Un Merlot che guarda a Bordeaux, parla toscano e, soprattutto, racconta una storia vera. Da bere, certo, ma anche da ascoltare.
Profumo di spezie (e di stile): la nuova rotta gastronomica di IDYLIO by APREDA
Al The Pantheon Iconic Rome Hotel, dove il Pantheon è a un passo e la curiosità gastronomica a portata di forchetta, lo Chef stellato Francesco Apreda torna a fare ciò che gli riesce meglio: sorprendere. E lo fa con una nuova proposta che promette un viaggio – sensoriale, immaginifico, decisamente speziato – attraverso l’autunno-inverno romano, all' Idylio by Apreda, laboratorio aromatico dove tradizione e innovazione viaggiano in business class.
Quando l’aggettivo diventa destino
Il nome è un gioco di parole, ma il menu è una cosa serissima. “Speziale, la nuova rotta” è il percorso che ribadisce la cifra identitaria dello Chef — le spezie, naturalmente — ma senza mai cadere nella tentazione dell’eccesso. Apreda dosa, racconta, sfuma. E costruisce piatti che sono piccoli romanzi di viaggio. C'è il crudo di seppia con arancia e canocchie, il merluzzetto in verde con pistacchi e mela verde, i raviolini di coniglio all’ischitana con solfini e zafferano. E poi ancora i capellini con vongole veraci alla brace e giuggiole, lo scorfano ai tre anici e minestra maritata e un poetico (e un po’ misterioso) baco… caffè, cocco e bergamotto.
Il ritorno delle icone: l’Iconic Signature si rifà il look
Non mancano le firme inconfondibili dello Chef, raccolte nel menu Iconic Signature da 5 portate, rinnovato anche questo per la stagione. Qui Apreda gioca con abbinamenti che farebbero sorridere anche i gourmet più severi, con contrasti e abbinamenti sapienti come la triglia e pajata con radicchio e pompelmo, la scarola e cavolfiore con limone e tè verde, le candele spezzate alla genovese con foie gras e nocciole. E poi il risotto cacio, pepi e sesami (plurale magnificenza), San Pietro al tè nero affumicato, sella di cervo al melograno con zucca e cumino e un babà “in sospensione” con gelato al sesamo nero che, più che un dessert, è un piccolo miracolo gravitazionale.
Idylio’s Butterfly: planare sui menu come una farfalla
Per i dubbiosi cronici — quelli che “vorrei tutto, ma non posso” — arriva l’Idylio’s Butterfly: quattro portate a scelta tra i due menu, dessert compreso, per volare leggeri da un mondo all’altro. Una diplomazia culinaria che dovrebbe essere adottata anche in politica.
Una rotta tra Oriente e Mediterraneo
Tra ricordi di viaggi, spezie sospese tra Oriente e Mediterraneo, tecnica millimetrica e una creatività che non ha bisogno di presentazioni, Apreda invita gli ospiti a seguire una rotta immaginaria che attraversa culture, memorie e stoviglie con la naturalezza di chi conosce bene ogni porto del gusto. E a proposito di porti, anche il luogo, qui, ha un valore simbolico che vale come un'icona. Idylio by Apreda, 1 stella Michelin, 3 forchette Gambero Rosso e 3 cappelli L’Espresso, si trova a Piazza dei Caprettari, a pochi passi dal Pantheon. Grandi vetrate illuminano l'ambiente dai toni caldi dell’arancione, elegante ma non intimidatorio, con una cantina scenografica e un dehors perfetto per le giornate romane più indulgenti. Un luogo, un abbraccio, uno "stare" tutto da scoprire.
Apreda, il cuoco navigatore
Il talento e l’istinto cosmopolita di Francesco Apreda sono il vero motore del ristorante: Roma, Londra, Tokyo, India. Un itinerario che si ritrova nei suoi piatti, nelle sue spezie, nella sua mano sicura. Dal ritorno nella Capitale e dalla conquista della sua prima stella nel 2009, Apreda è stabilmente nel gotha della cucina italiana, e continua a dimostrare perché. Se Roma è eterna, Idylio è l’occasione per ricordare che anche il gusto può esserlo: ben calibrato, finemente speziato e servito con quel pizzico di ironia tutta italiana. Buon viaggio.
di Maria Romana Barraco